LA SEBASSEIDE – Parte Terza

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L’umore non è dei migliori. Io sono agitato e vedo che anche Mason è agitato.

Non capiamo bene cosa sta succedendo. Non ci hanno ancora fatto uscire dal trasportino, siamo fermi nel van che ha il portellone aperto, e vediamo che siamo davanti alla solita struttura in cui siamo rimasti questi ultimi giorni, allora perché non ci hanno fatto scendere? Gli uomini si muovono intorno a noi, gesticolando e urlando al telefono. Da quello che sento la Russia ha chiuso le frontiere per la Cina, quindi devono cercare accompagnatori stranieri per l’aereo.

Non ho idea di cosa significhi.

Dopo poco ci hanno fatto scendere per una passeggiata. Mentre cerchiamo un posto per espletare i nostri bisogni, vedo un uomo che arriva concitato e urla qualcosa che mi sembra “Hanno trovato, andiamo”. In pochissimi minuti ci rimettono sul trasportino, chiudono il portellone e il furgone riparte. Andiamo avanti delle ore, poi la macchina si ferma e gli uomini ci vengono a prendere. Mettono a terra il trasportino e ci fanno uscire a fare una passeggiata.

L’aria è diversa da qualsiasi posto in cui sono stato prima. Vicino abbiamo delle porte scorrevoli, che come bocche si aprono e si chiudono rilasciando aria fetida. Anche fuori mandano puzza di chiuso. Non faccio in tempo a capire dove siamo che ci rimettono nel trasportino e portati all’interno della bocca puzzolente. Dentro l’aria è ancora più ferma e chiusa, le luci sono abbacinanti, non vedo chiaramente dove andiamo, ma siamo Mason e io su una specie di carrello aperto. Quello che succede dopo è ancora più confuso: il trasportino su un pavimento che scorre da solo, un tunnel, uno spazio enorme illuminato male, inizialmente freddo, ma che si è gradualmente scaldato; intorno a me solo trasportini, nessun umano; poi un rombo assordante, suoni fortissimi e le orecchie che mi si tappano; una fortissima pressione. Mi schiaccio a terra sul trasportino e non mi muovo più. Chiudo gli occhi e aspetto che questa sensazione nuova e terribile passi. Sento Mason nel trasportino accanto che abbaia un po’, poi anche lui smette, e il silenzio. Ho ancora una sensazione di pressione che mi tiene attaccato a terra, ma almeno non c’è più rumore. Dormo.

Non so quanto ho dormito prima di sentire nuovamente un frastuono che proveniva da sotto di noi. Rumore di un portellone che si apriva, poi qualcosa che usciva e dopo poco BAM, un colpo da terra che mi ha fatto saltare su tutte e quattro le zampe. Ero in piedi, ora non mi sarei sdraiato più. Sentivo che ci eravamo fermati, qualcosa si muoveva intorno a noi. Improvvisamente una porta si apre e ci troviamo fuori. Faccio subito un respiro profondo, e mi accorgo solo quando i polmoni sono già pieni che l’aria è diversa, gelida, ma pulita. Si direbbe che non siamo più dove eravamo prima. Le persone parlano una lingua diversa, che non capisco. Umani che non abbiamo mai visto prima ci ammassano con valigie e trasportini sopra un camioncino e ci depositano in una stanzetta.

Ancora una volta, veniamo presi e trasportati fuori, in una macchina e poi a casa di sconosciuti. Sono confuso e scombussolato da tutti questi cambiamenti e cose nuove. L’unica cosa che so è che se ci sono umani mi ci devo attaccare. Così mi ritrovo sulle gambe di questo omone che parla una lingua a me sconosciuta. E sì che sono bilingue! L’omone è tanto gentile, mi prende in braccio e mi porta in uno spazio aperto, dietro casa sua, recintato. Una volta a terra sento qualcosa di freddo, morbido, un po’ sabbioso, che mi entra tra i polpastrelli. È una sensazione nuova, un terreno nuovo, ma non è spiacevole. Per un momento mi dimentico della confusione e gioco con quella sostanza bianca e soffice, mi ci rotolo, mi ci sdraio, me la mangio. Mi diverto!

Qui il sogno è quasi finito. Passo qualche giorno così, dopodiché succede quello che è successo prima, non mi pongo più domande, ma accetto: mi prendono, mi mettono nel trasportino e ancora tunnel, spazio gigante e metallico, suoni, pressione, silenzio, ancora suoni e BAM, botta finale!

Questa volta però mi viene a prendere della gente che parla la stessa lingua di Martina. Forse mi sto avvicinando? Forse la vedrò presto? Sono tutti gentilissimi, mi tirano fuori dal trasportino, mi coccolano, mi accarezzano, poi mi portano a casa e mi fanno salire sul divano, come faceva Martina. Non mangio e non dormo, sono di nuovo confuso, scombussolato, ma eccitato, non riesco a togliermi la sensazione che Martina stia per arrivare. Mi riposo un po’ sul divano, in una sensazione di dormiveglia. Passano le ore e ogni suono mi fa sobbalzare. Dopo qualche ora di riposo, gli umani gentili mi rimettono la pettorina, il guinzaglio e mi portano fuori, non sia mai che devo prendere un altro mezzo, per andare dove ora? Sono preoccupato. Prendiamo l’ascensore e arriviamo in un garage (tutte cose che riconoscevo perché già viste in Cina). Annuso qualcuno di familiare. Continuo ad annusare, mi avvicino a una macchina, la portiera si apre e una folata di casa mi entra nelle narici.

Dopo tanto girare e tanto cercare, finalmente Martina!

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